Pubblico un articolo di Edoardo Nesi, scrittore, premio Strega, assessore a Prato che seguo da tempo. Fulminata sulla via di Damasco.
l'enciclopedia della bellezza
pubblicata da Edoardo Nesi il giorno Lunedì 22 ottobre 2012 alle ore 2.50 ·
Vorrei fare una modestissima proposta ai nostri governanti e ai nostri politici. A chi comanda oggi e a chi oggi passa le giornate a struggersi dall’ambizione di diventare chi comanderà. Ai tecnici che sperano di poter diventare politici per continuare a governare, e ai politici che sperano di poter essere considerati tecnici, e quindi capaci, e infine degni di governare. A chi crede che la politica possa ancora continuare per molto a rispondere con affermazioni di principio a problemi reali.
La modestissima proposta è quella di decidere di investire in quel bene immenso e immensamente delicato che è la conoscenza, poichè è proprio – mi verrebbe da scrivere solo - dalla conoscenza e dal contributo che le nostre figlie e i nostri figli potrebbero dare alla sua diffusione che potrebbe nascere uno straordinario, duraturo ritorno economico.
Come?
Si cominci usando la ragione, eliminando per sempre dalle menti la sciagurata idea secondo la quale la spesa pubblica per la cultura non è che un costo, sostituendola con il concetto che rappresenti, invece, e da sempre, l’investimento migliore possibile per l’Italia, magari istituendo severissime pene per chi osi ripetere in pubblico che “con la cultura non si mangia”.
Piuttosto che certi economisti di gran nome e strenua loquacità e cattedra insigne e quasi sempre estera, sempre curvi sui loro testi sacri a strologare su cosa sia ancora possibile tagliare dal sanguinante bilancio dello Stato, si prendano a esempio e guida gli umili e furbi ambulanti di Piazza dei Miracoli, che apparecchiano le loro bancarelle all’ombra del Battistero e della Primaziale poichè sanno bene che è solo grazie all’accostamento o alla vicinanza, concettuale e persino fisica, alla sublime grandezza dell’arte italiana che riusciranno a vendere la loro paccottiglia.
Ci si renda finalmente conto che l’Italia ha poche eccellenze vere e riconosciute in tutto il mondo. Forse solo due: il nostro immenso patrimonio culturale e quel meraviglioso intreccio di piccola e media industria e artigianato e tecnologia che, nei suoi esempi di maggior successo, proprio alla fonte della cultura e della conoscenza si abbevera da sempre. E poi, santo Dio, si smetta di massacrarle a furia di tagli fatti con la durlindana, queste nostre eccellenze. Si tagli altro, maledizione!
Si prosegua dimenticando l’altra idea sciaguratissima secondo la quale per un ragazzo o una ragazza di vent’anni oggi l’optimum sia trovare occupazione a tempo determinato in una grande industria, constatata la fine miseranda di alcune tra le più antiche e illustri delle nostre grandi aziende, o in una di quelle multinazionali a lungo invocate e poi invogliate a forza di ingiustissime agevolazioni a impiantare fabbriche da noi, poichè, come si vede e si è visto, molto spesso quelle stesse fabbriche vengono chiuse senza esitazione, alle prime difficoltà, magari per essere delocalizzate.
Si vada invece a cercare migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi, e suggerirei di scegliere tra i laureati in materie umanistiche – persone preparatissime, fresche d’una conoscenza preziosa e rara eppure oggi sfiduciate e smarrite – e si investa in loro chiedendogli di trasformarsi in amanuensi moderni, e catalogare ogni eccellenza artistica italiana. Ogni opera d’arte, ogni chiesa, ogni edificio architettonicamente rilevante, ogni museo, ogni sito archeologico. Tutto. Immaginate un’Enciclopedia dell’infinito patrimonio artistico italiano.
Già questa sarebbe un’operazione grandemente meritoria e necessaria, di cui le generazioni future ci sarebbero grate, ma ora provate a immaginare di proiettare nel futuro questo atto d’amore e rispetto verso il passato, e di rendere L’Enciclopedia facilmente consultabile e digitalmente disponibile a tutti, su internet e su ogni telefonino, in qualsiasi momento e in tutto il mondo.
Immaginate un’Italia che riesce a trasformare secoli di conoscenza, tutti i gioielli della sua storia e della sua cultura, in un prodotto globalmente desiderabile. Un’Italia che offre ai milioni di nuovi benestanti del mondo – tra l’altro resi tali dalla globalizzazione che ha così crudelmente colpito il nostro grande cuore manifatturiero - la conoscenza del patrimonio artistico più straordinario del pianeta attraverso il loro telefonino: basterebbe puntarlo contro una chiesa, inquadrarlo nello schermo, e apparirebbe l’informazione che, guarda un po’, dentro quelle mura c’è un Caravaggio.
E poi, perchè fermarsi? Perchè non inserire nell’idea di patrimonio italiano anche il culto del saper vivere? Perchè non affiancare all’arte anche le grandezze del nostro design, dell’arte contemporanea, della moda, della musica, dell’opera, del teatro e del cinema, dell’artigianato, persino del cibo e del vino? Perchè non segnalare al mondo la bellezza, sia quella che si può comprare, sia quella che non si può comprare: i panorami più belli del mondo, i luoghi della storia, le spiagge più belle, i gioielli che sono le nostre isole?
Eh, ditemi, perchè no?
La modestissima proposta è quella di decidere di investire in quel bene immenso e immensamente delicato che è la conoscenza, poichè è proprio – mi verrebbe da scrivere solo - dalla conoscenza e dal contributo che le nostre figlie e i nostri figli potrebbero dare alla sua diffusione che potrebbe nascere uno straordinario, duraturo ritorno economico.
Come?
Si cominci usando la ragione, eliminando per sempre dalle menti la sciagurata idea secondo la quale la spesa pubblica per la cultura non è che un costo, sostituendola con il concetto che rappresenti, invece, e da sempre, l’investimento migliore possibile per l’Italia, magari istituendo severissime pene per chi osi ripetere in pubblico che “con la cultura non si mangia”.
Piuttosto che certi economisti di gran nome e strenua loquacità e cattedra insigne e quasi sempre estera, sempre curvi sui loro testi sacri a strologare su cosa sia ancora possibile tagliare dal sanguinante bilancio dello Stato, si prendano a esempio e guida gli umili e furbi ambulanti di Piazza dei Miracoli, che apparecchiano le loro bancarelle all’ombra del Battistero e della Primaziale poichè sanno bene che è solo grazie all’accostamento o alla vicinanza, concettuale e persino fisica, alla sublime grandezza dell’arte italiana che riusciranno a vendere la loro paccottiglia.
Ci si renda finalmente conto che l’Italia ha poche eccellenze vere e riconosciute in tutto il mondo. Forse solo due: il nostro immenso patrimonio culturale e quel meraviglioso intreccio di piccola e media industria e artigianato e tecnologia che, nei suoi esempi di maggior successo, proprio alla fonte della cultura e della conoscenza si abbevera da sempre. E poi, santo Dio, si smetta di massacrarle a furia di tagli fatti con la durlindana, queste nostre eccellenze. Si tagli altro, maledizione!
Si prosegua dimenticando l’altra idea sciaguratissima secondo la quale per un ragazzo o una ragazza di vent’anni oggi l’optimum sia trovare occupazione a tempo determinato in una grande industria, constatata la fine miseranda di alcune tra le più antiche e illustri delle nostre grandi aziende, o in una di quelle multinazionali a lungo invocate e poi invogliate a forza di ingiustissime agevolazioni a impiantare fabbriche da noi, poichè, come si vede e si è visto, molto spesso quelle stesse fabbriche vengono chiuse senza esitazione, alle prime difficoltà, magari per essere delocalizzate.
Si vada invece a cercare migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi, e suggerirei di scegliere tra i laureati in materie umanistiche – persone preparatissime, fresche d’una conoscenza preziosa e rara eppure oggi sfiduciate e smarrite – e si investa in loro chiedendogli di trasformarsi in amanuensi moderni, e catalogare ogni eccellenza artistica italiana. Ogni opera d’arte, ogni chiesa, ogni edificio architettonicamente rilevante, ogni museo, ogni sito archeologico. Tutto. Immaginate un’Enciclopedia dell’infinito patrimonio artistico italiano.
Già questa sarebbe un’operazione grandemente meritoria e necessaria, di cui le generazioni future ci sarebbero grate, ma ora provate a immaginare di proiettare nel futuro questo atto d’amore e rispetto verso il passato, e di rendere L’Enciclopedia facilmente consultabile e digitalmente disponibile a tutti, su internet e su ogni telefonino, in qualsiasi momento e in tutto il mondo.
Immaginate un’Italia che riesce a trasformare secoli di conoscenza, tutti i gioielli della sua storia e della sua cultura, in un prodotto globalmente desiderabile. Un’Italia che offre ai milioni di nuovi benestanti del mondo – tra l’altro resi tali dalla globalizzazione che ha così crudelmente colpito il nostro grande cuore manifatturiero - la conoscenza del patrimonio artistico più straordinario del pianeta attraverso il loro telefonino: basterebbe puntarlo contro una chiesa, inquadrarlo nello schermo, e apparirebbe l’informazione che, guarda un po’, dentro quelle mura c’è un Caravaggio.
E poi, perchè fermarsi? Perchè non inserire nell’idea di patrimonio italiano anche il culto del saper vivere? Perchè non affiancare all’arte anche le grandezze del nostro design, dell’arte contemporanea, della moda, della musica, dell’opera, del teatro e del cinema, dell’artigianato, persino del cibo e del vino? Perchè non segnalare al mondo la bellezza, sia quella che si può comprare, sia quella che non si può comprare: i panorami più belli del mondo, i luoghi della storia, le spiagge più belle, i gioielli che sono le nostre isole?
Eh, ditemi, perchè no?

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